DEFCON – Uno scatto di libertà

Iran in fiamme e con un futuro fumoso. Scontro sulla AI tra etica e “agency” senza scrupoli

Domenica mattina per la prima volta dal 1989 l’Iran si è svegliato senza guida. La morte di Khamenei, massima autorità politica, militare e religiosa della repubblica teocratica, apre una fase di grande incertezza nel paese. L’unica cosa sicura è che il cambiamento è arrivato, o meglio piombato, nel paese con missili e bombe israeliani e statunitensi. Ma quale sarà il suo esito sul futuro iraniano non è chiaro.

Finora Donald Trump ha avuto ragione quando non ha ascoltato il cosiddetto establishment della politica estera USA: le catastrofi previste per aver spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, colpito il programma nucleare di Teheran, rovesciato Maduro in Venezuela non si sono verificate.

Ma l’operazione congiunta con Israele, Epic Fury, è diversa. Come si intenda raggiungere il rovesciamento del regime, obiettivo dichiarato dell’attacco, non è chiaro. Non sono chiare le exit strategies USA, il rischio di un conflitto lungo è alto. Il regime non è mai stato così debole dal 1979 eppure proprio per questo è pronto a reagire con tutta la forza di cui dispone ancora. Il New York Times ha ricostruito in questa inchiesta, realizzata parlando direttamente con funzionari iraniani, i piani per assicurare la sopravvivenza della Repubblica in caso di morte di Khamenei: se prevedi ben quattro livelli di successione per te, i vertici da te direttamente nominati e qualsiasi figura di leadership significa che ti stai preparando a una resistenza lunga, non a una rapida capitolazione. L’articolo è a pagamento, qui una buona ricostruzione del Post.

È ancora presto per qualsiasi tipo di valutazione: fonti ufficiali hanno confermato che questa operazione dovrebbe durare per circa quattro giorni in base al suo andamento. Basta tornare indietro a questi soli due mesi per rendersi conto che gli Stati Uniti hanno certificato il ritorno all’hard power, inteso come potenza militare e tecnologica, a scapito del soft power, cioè la vera forza che ha sorretto il predominio statunitense degli ultimi decenni. E secondo Foreign Affairs è la Cina che può trarne beneficio: le basta solo non fare nulla per mostrarsi un partner più affidabile degli USA agli occhi degli altri paesi.

AMICIZIE FRAGILI

Se nel lungo periodo questa analisi si rivelerà azzeccata ce lo dirà solo il tempo. Di sicuro guardando la situazione “tattica” un altro membro dell’asse che gravita attorno a Cina e Russia è sul punto di non poter più nuocere, come accaduto a Siria e a Venezuela. Politico dedica un articolo al valore sempre meno pregiato dell’amicizia con Putin.

Gli effetti devastanti di trovarsi impantanati in una guerra lunga dopo aver pianificato una operazione di regime change fulminea, peraltro, la Russia li sta sperimentando sulla propria pelle da quattro anni. Il Cremlino negli ultimi 365 giorni ha conquistato appena lo 0,7% del territorio ucraino. Questo significa che per occupare il resto del paese ai russi servirebbero altri 140 anni.

L’ALTRO GRANDE SCONTRO

Mentre droni e missili piovono alle porte dell’Europa e nel Medio Oriente è il fronte tecnologico a destare interesse. Nei giorni scorsi il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto ad Anthropic accesso illimitato ai suoi sistemi di AI per programmi militari, l’azienda leader del settore tecnologico USA, per voce del suo CEO Dario Amodei, ha rifiutato ricevendo critiche da parte di altri colossi come Nvidia, OpenAI e pure X. Amodei è una figura interessante da approfondire: ritiene la AI fondamentale per assicurare agli USA la supremazia globale ma crede sia fondamentale controllare la diffusione di questa tecnologia, dando un quadro chiaro rispetto al suo impiego in materie come la sicurezza nazionale. Secondo lui è in gioco la tenuta della democrazia occidentale. Qui un bel profilo del leader dell’intelligenza artificiale più “schietto” realizzato dal giornalista tecnologico Alex Kantrowitz.

Il profilo di Amodei, animato perlomeno da valori chiari e identificabili, risalta se paragonato alle figure della nuova generazione di tecno-genietti della Silicon Valley raccontati magistralmente da Sam Kriss sulla rivista culturale Harper’s Magazine. Ragazzi geniali, senza scrupoli, orizzonti valoriali, ideali: forse semplicemente molto soli. In questo reportage Kriss incontra il fondatore di Cluely, un’app nata con lo scopo esplicito di aiutare gli utenti a “imbrogliare” per sembrare più intelligenti. Raccontando la sua storia si capisce come ormai a San Francisco e dintorni non contino più intelligenza e competenze tecniche, ormai saldamente in mano alle AI, ma la “agency”: la capacità di agire senza chiedere permesso, di forzare la realtà attraverso la pura forza di volontà. I venture capitalist finanziano chi ha questa qualità. Anche se i dati dimostrano come l’AI al momento stia contemporaneamente aiutando e sostituendo i lavoratori.

TENTAZIONE AUTORITARIA

L’incertezza e l’aumento delle crisi minano la tenuta delle democrazie e più in generale delle comunità, come spiega bene Mauro Magatti su Avvenire. Esse si salvano solo con uno “scatto di libertà interiore”, che ricostruisca il senso profondo dei legami, “in un rapporto vitale con la verità e con la coscienza”. A maggior ragione vale la pena allora tornare alle parole di Papa Leone XIV sulle sfide che l’Intelligenza Artificiale pone al nostro tempo:

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Un richiamo alla responsabilità di governi, aziende tecnologiche leader, legislatori, ma in fondo, e soprattutto, a ognuno di noi, per formare capacità personali per riflettere criticamente rispetto alle sfide della nostra quotidianità e del nostro tempo.