Grammatica della guerra cognitiva contemporanea e qualche suggerimento per disarmarla
Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari.
Questa frase di Papa Leone XIV dà un quadro sintetico di una realtà che oggi in Italia, e più genericamente in Occidente, facciamo fatica a mettere a fuoco. La guerra è già in qui. Fortunatamente non ancora quella fisica, combattuta con artiglieria, missili e altri sistemi d’arma. Ma quella combattuta a colpi di sabotaggi, fisici o cyber, e disinformazione. Infrastrutture strategiche come ospedali, ferrovie, porti e aeroporti sono sotto una pressione costante e crescente in Europa. Non dovete pensare a scene da film: le distese di cattivi davanti a computer che pianificano di far esplodere centrali nucleari sono complesse da gestire. È molto più semplice servirsi di agenti usa e getta, spesso inconsapevoli del loro ruolo, pagati con criptovalute per mansioni semplici: attaccare volantini, lanciare molotov sui binari o azioni simili.
La guerra cognitiva contemporanea mira ad alterare in modo permanente l’ambiente in cui si formano le opinioni, si consolidano le identità politiche e si prendono le decisioni collettive, modificando drasticamente la traiettoria delle democrazie.
Lo spiega bene Fabio Sabatini in questo post sul suo profilo Substack, “La fabbrica del caos”. È un terreno su cui le autocrazie sono in vantaggio perché hanno letto prima delle democrazie l’evoluzione di questo fronte, apparentemente intangibile ma decisivo.
“Coloro che sono esperti nell’arte della guerra sottomettono l’esercito nemico senza combattere, prendono le città senza dare loro l’assalto e rovesciano uno Stato senza operazioni prolungate”.
Sun Tzu, il grande filosofo e generale cinese, aveva già compreso tra il VI e il V secolo a.c. un elemento essenziale della grande contesa che definirà i nuovi equilibri del mondo, ora che la cosiddetta pax americana è definitivamente terminata. Per fare un esempio, Gabriele Carrer su Linkiesta analizza un report del think tank britannico RUSI sul metodo dietro ai sabotaggi russi in Europa.
I DATI SONO I VERI PROIETTILI
Come sottolinea l’analista Shankar Narayan sul suo blog The Concis, è “dati” la parola che Trump e Vance hanno usato di più durante la famosa lite del febbraio 2025 nello Studio Ovale della Casa Bianca con Zelensky per sottolinearne le poche chances di successo sul campo senza aiuti USA. Non armi o soldi. Narayan spiega come il vero valore del supporto americano per Kiev fosse l’intelligence: miliardi di informazioni fondamentali per rendere efficaci difese antiaeree, guardare in profondità nel territorio russo e riuscire a contrastarne efficacemente le mosse.
“L’8 marzo, pochi giorni dopo che Trump aveva interrotto il supporto all’intelligence, la Russia ha lanciato un bombardamento missilistico. Non si è trattato nemmeno di un attacco su larga scala: solo 65 missili, rispetto ai loro tipici 90-110. Eppure, l’Ucraina ne ha intercettati solo la metà”.
In questo vuoto informativo si sono inseriti diversi paesi europei: Francia, Germania e Polonia soprattutto. Ridurre questa dipendenza critica dagli USA può aprire a scenari inaspettati, sia per lo scenario ucraino, sia per il futuro politico dell’Europa.
Starlink, che prima di questa decisione dell’amministrazione statunitense poteva essere una leva di pressione americana verso gli alleati, ora è diventata un problema soprattutto per i russi. Con “il blocco totale dei terminali Starlink non registrati in Ucraina, le forze russe si sono trovate improvvisamente cieche. I droni hanno smesso di volare, le comunicazioni sul campo di battaglia sono collassate, gli assalti sono stati sospesi” si legge su Linkiesta.
L’acquisizione di autonomia nel campo dell’intelligence si sta accompagnando a un profondo mutamento nel campo delle politiche di difesa europee. Qui un interessante approfondimento a riguardo da parte dell’ISPI.
DOVE È FINITA LA DIPLOMAZIA
In questo episodio del podcast del Sole 24Ore Macro Giorgio Vittadini associa il ritorno del linguaggio della forza con l’incapacità di sintesi della politica e della diplomazia. Per il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà l’arte del compromesso sta cedendo il passo a tipologie di nuovi messianismi che animano il Cremlino di Putin, la Cina di Xi, una parte del mondo musulmano o la stessa galassia MAGA che sostiene il presidente Trump. L’altro non è un bene, è un oggetto che deve incontrare la verità assoluta portata dalla propria parte. È la fine della laicità della politica.
Che un consesso globale come il neonato Board of Peace, che ambisce a risolvere non solo i problemi di Gaza e del Medio Oriente ma anche le altre sfide internazionali, sia di fatto presieduto a vita dal suo fondatore è un elemento che può rafforzare questa chiave di lettura.
SGUARDO A EST

Mentre il mondo osserva l’impressionante raccolta di potenza di fuoco che gli USA stanno ammassando nelle vicinanze dell’Iran, è bene segnalare un altro fronte caldo di questa guerra cognitiva. La Cina vuole controllare Taiwan ed è disposta a farlo con ogni mezzo. E come spiega Simone Pieranni, è lecito supporre che dietro alla ultima clamorosa purga ai vertici delle forze armate cinesi ci sia proprio una divergenza sulla strategia attraverso cui perseguire questo obiettivo.https://open.spotify.com/embed/episode/2IUfFupMF40DcTyX0065Sr
Oltre alle poderose esercitazioni militari e al potenziamento delle sue capacità anfibie, Pechino ha avviato da tempo operazioni di guerra psicologica per minare la fiducia dei taiwanesi nell’alleato statunitense. Questo interessante report del prestigioso think tank Brooking Institute spiega le motivazioni per cui Washington dovrebbe aggiornare la sua narrazione riguardo a Taiwan per poter contrastare l’azione cinese: trovare una terza via tra l’inevitabilità del conflitto con la Cina e l’abbandono di Taipei alla sottomissione cinese.
Chiudiamo con un’altra citazione di Papa Leone XIV, che indica le due vere risorse che indica le due vere risorse a cui possiamo, e dobbiamo, attingere per affrontare la sfida che il contesto appena descritto pone a ogni individuo:
Nonostante il quadro drammatico che abbiamo di fronte ai nostri occhi, la pace rimane un bene arduo ma possibile. Essa, come ricorda Agostino, «è il fine del nostro bene», poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena. Nel tempo del nostro pellegrinaggio su questa terra, essa esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono.
