La forza di un cuore spezzato

USA impantanati in Iran mentre divampa la corsa agli armamenti AI

Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968 l’esercito nordvietnamita attaccò simultaneamente centinaia di obbiettivi nel Vietnam del Sud. In un solo giorno gli USA persero 246 soldati: le 24 ore più sanguinose di tutta la guerra in Vietnam. Militarmente Sud Vietnam e Stati Uniti riuscirono a recuperare le posizioni perdute ma la cosiddetta Offensiva del Tet ebbe un peso devastante sia nell’amministrazione americana sia nell’opinione pubblica: il conflitto contro un avversario militarmente inferiore era tutt’altro che vicino a una conclusione vittoriosa. Gli USA erano senza una via di uscita chiara e rimasero impantanati per ben altri sette anni, sacrificando altre 20mila vite prima del rovinoso ritiro del 1975.

Con le dovute proporzioni, sembra che in Iran per Washington si stia delineando un’altra palude. L’Iran è militarmente soverchiato dagli attacchi dell’asse USA-Israele ma la insufficiente copertura difensiva di alleati e basi nel Golfo, unita al mancato controllo dello Stretto di Hormuz e alla conseguente crisi energetica non consentono di tradurre un successo tattico in un risultato politico stabile. Come sottolinea l’analista Kommander61, gli USA sembrano aver sottovalutato la tenuta del regime. La situazione si fa complicata: in caso di un lungo conflitto l’asimmetria tra gli obiettivi di Washington e quelli di Tel Aviv diventerà difficili da gestire. Per i primi un regime change in Iran sarebbe un importante risultato ma l’operazione Epic Fury resta di difficile comprensione per i propri cittadini, specialmente per gli elettori di Trump, mentre per i secondi si tratta di eliminare una minaccia esistenziale. Questo determina approcci differenti sulla tattica e sui costi tollerabili.

SEGUITE L’ORO NERO

La crisi energetica derivante dal blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio globale, è ben riassunta da Reuters in questo speciale interattivo. L’impennata dei prezzi dell’energia sta generando diverse conseguenze. Un aumento di dieci dollari del prezzo del petrolio equivalgono a entrate fresche nelle casse della Russia pari a circa un anno di aiuti militari all’Ucraina: ad oggi il prezzo è salito di circa 29 dollari al barile.

Con il soft power americano ormai compromesso la Cina potrebbe provare ad affermare la propria leadership ma questa crisi sta colpendo anche Pechino, sebbene in modo meno diretto. Per Andrea Ferrario la Cina ha parato bene il colpo energetico ma l’Iran resta comunque il secondo canale di approvvigionamento energetico che Xi vede saltare da inizio 2026 dopo il Venezuela. La debolezza del suo scudo energetico, unita all’inefficacia dei sistemi d’arma venduti a Teheran, ne compromettono il modello di influenza globale.

IL VERO FRONTE DELLA SFIDA MONDIALE

Ondate di droni coordinati da algoritmi e squadre di robot-soldato in grado di raggiungere da soli i loro obbiettivi, anche quando il controllo dei loro operatori umani viene bloccato dal nemico. Non è lo sceneggiato di un nuovo film di fantascienza: è la realtà della guerra autonoma. In questa analisi di Foreign Affairs, l’ex direttore della CIA David Petraeus e il ricercatore Isaac C. Flanagan spiegano come la rivoluzione bellica sia ormai una realtà operativa in Ucraina, dove i droni sono già in grado di operare in autonomia quando le azioni di guerra elettronica ne interrompono le comunicazioni con il proprio comando.

Il Pentagono è terribilmente indietro: le Forze Armate Ucraine producono circa 3,5 milioni di droni all’anno mentre gli USA ne realizzano circa 300mila nello stesso arco di tempo. Ma il problema vero è culturale. Questa sfida, secondo gli autori, sarà vinta da chi svilupperà i concetti operativi per impiegarli in formazioni coordinate, formando una nuova classe di comandanti capaci di programmare in anticipo algoritmi, lavorando con data scientist e ingegneri. Anche qui il quadro è preoccupante: l’Ucraina modifica software e tattiche nel giro di giorni, la NATO per aggiornare le sue dottrine militari impiega 15-20 mesi.

È in questo contesto che vanno inquadrate le lotte di potere all’interno della Silicon Valley. Le grandi aziende tecnologiche americane, un tempo ideologicamente molto distanti dal mondo della Difesa, oggi sono parti vitali per il processo di aggiornamento della potenza militare più grande del mondo. L’Esercito, per fare un esempio, nel giugno 2025 ha creato il Distaccamento 201, il Corpo Esecutivo per l’Innovazione. In questa unità ci sono quattro tenenti colonnelli: Shyam Sankar, direttore tecnologico di Palantir; Andrew Bosworth, direttore tecnologico di Meta; Kevin Weil, direttore dei prodotti di OpenAI; e Bob McGrew, ex direttore della ricerca di OpenAI. I protagonisti della rivoluzione AI americana non sono solo fornitori, fanno letteralmente parte della Difesa. Uno scenario difficilmente pensabile qualche anno fa.

NON SIAMO IN MATRIX

Un professore di Strategia del King’s College di Londra ha condotto un esperimento per vedere come i tre principali modelli linguistici, cioè Claude, GPT e Gemini, si comporterebbero dovendo gestire una potenza nucleare in scenari di crisi. In oltre 760mila parole di ragionamento strategico e 21 wargames nessuno dei tre modelli ha mai scelto opzioni di de-escalation, arrivando a usare senza nessuna remora armi nucleari. Questo dà qualche elemento di sostanza in più alle preoccupazioni del CEO di Anthropic Dario Amodei per l’uso dei suoi algoritmi AI su sistemi d’arma autonomi. La decisione del Dipartimento della Difesa di escludere Anthropic dai suoi appalti rafforza il ruolo di legislatore de facto del Pentagono, in assenza di norme chiare in materia. Ma si attende l’esito della causa che l’azienda madre di Claude ha avviato contro l’esclusione dai contratti con la Difesa.

La corsa per la supremazia in questo campo, specialmente tra Washington e Pechino, è in pieno svolgimento. Politico fa un parallelismo con la Guerra Fredda. Nel 1962, dopo aver sfiorato una apocalisse nucleare a Cuba le due superpotenze USA e URSS avviarono un percorso condiviso per la governance nucleare, ratificando dopo neanche un anno dalla Crisi dei Missili il Trattato sul bando parziale dei test nucleari (PTBT). Fu un  accordo principalmente simbolico, che però aprì la strada a una cooperazione importante per il controllo degli armamenti nucleari. Sempre più ricercatori e attivisti spingono per una regolamentazione globale per l’uso delle AI. Speriamo non occorra un’altra Crisi dei Missili per arrivare a un accordo su questo tema tra le superpotenze di oggi.

RESTARE UMANI NONOSTANTE TUTTO

In questo scenario la riflessione della professoressa Marijana Grbeša sul messaggio di Papa Leone XIV per la 60esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali aiuta a rimettere tutto in una prospettiva più autentica. Quel testo è un vero e proprio manifesto con cui il Pontefice invita la Chiesa Cattolica a non osteggiare l’innovazione ma a guidarla, forgiandone l’orizzonte etico.

Questi strumenti sembrano offrire competenze senza sforzo e produttività senza sacrificio. L’impressione di non dover dare niente in cambio è attraente, ma pericolosamente fuorviante.
Nel film iconico Il mago di Oz, l’uomo di latta scopre la sua umanità solo attraverso la vulnerabilità. «Ora sono sicuro di avere un cuore, perché mi si sta spezzando» […] L’umanità riconosce la propria profondità non attraverso l’efficienza o la perfezione, ma attraverso la fragilità, attraverso la capacità di provare sentimenti di perdita, empatia e responsabilità morale.

Ne è testimonianza potente la storia di un frate francescano siriano, Hanna Jallouf. Durante la guerra civile scoppiata nel 2011 scelse di non scappare ma di restare al servizio dei 700 fedeli di tre piccoli villaggi nella provincia di Idlib. Tutti i dati avrebbero suggerito a Jallouf di andarsene. Lui però rimase, accettando di soffrire assieme ai suoi fedeli le angherie dell’ISIS e di Al Nusra. Con il tempo è riuscito a instaurare legami di reciproco rispetto con gli islamisti, arrivando a conoscere il leader miliziano che poi diventerà l’attuale presidente: Al-Sharaa. Oggi Jallouf è vicario apostolico di Aleppo. Da quando ha accettato di condividere il dolore e le sofferenze di 700 persone è riuscito a creare un rapporto che garantisce la tutela delle minoranze religiose in Siria.

Una storia che suggerisce un’ipotesi di risposta alla domanda che Papa Leone XIV pone a tutti noi e alla nostra epoca:

La domanda centrale non è che cosa le macchine possono fare, ma che cosa l’umanità sceglie di rimanere