Sulla Prealpina di mercoledì 30 aprile è stato pubblicato un contributo di Enrico Castelli, già vicedirettore Rai – Inviato Tg1, sulla figura di papa Francesco, che riportiamo qui sotto:
Francesco era da pochi mesi diventato Papa. Volendo rispondere ad una lettera che aveva ricevuto, prese in mano il telefono e chiamò: “Buon giorno, sono Papa Francesco”. Buon giorno Santità – rispose sconvolto l’interlocutore. Poi poche parole per fissare l’appuntamento di persona. Così è iniziata la storia di amicizia tra il Santo Padre e Eugenio Scalfari, il direttore di Repubblica, uno degli intellettuali di spicco del mondo laico italiano che non aveva mai esitato a criticare la Chiesa e le sue scelte come pure la presenza politica dei cattolici nel nostro Paese. Il fatto suscitò molto scalpore, sia nel mondo cattolico che in quello laico. E, devo confessare, anch’io rimasi tanto colpito quanto incuriosito e, da allora, ho iniziato a seguire da vicino Francesco anche nello specifico del suo rapporto con il mondo dell’informazione a cui ha sempre dedicato una particolare attenzione.
Nel mio lavoro mi sono prevalentemente occupato di economia e di politica. Poche le eccezioni. Appena assunto con un contratto in Rai mi mandarono prima a Malpensa,poi a Pavia per il viaggio di Papa Giovanni Paolo II in Lombardia. Quasi trent’anni dopo, per il Tg1 seguii la visita di Benedetto XVI a Milano. Ma furono episodi isolati.
L’amicizia tra Papa Bergoglio e Eugenio Scalfari mi fece subito capire lo stile che il Papa “venuto dalla fine del mondo” avrebbe avuto con i più lontani, i più bisognosi, i poveri (non solo materialmente parlando) : mettere al centro la persona, avere a cuore la persona prima di qualsiasi altra cosa. Un volere abbracciare l’altro anche a costo di scandalizzare, un voler dire una parola in più piuttosto che muoversi con prudenza.
Un dare priorità all’annuncio rispetto alla la dottrina morale.
E’ stato così anche quando si è rivolto anche noi giornalisti, sia durante incontri ufficiali, sia nella cordialità sempre dimostrata nelle conferenze stampa al termine dei viaggi papali, o nelle numerose interviste televisive quando non si è mai sottratto ad ogni tipo di domanda, anche la più difficile. E molto spesso Papa Bergoglio ha utilizzato espressioni molto semplici ed efficaci che sono facilmente diventate titolo sui giornali tanto esprimevano l’essenzialità delle cose. Alcuni esempi: “Chiesa in uscita”, “Non stare sul balcone”, “la Chiesa è un ospedale da campo”, “Viviamo non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca”, “Oggi è in atto la terza guerra mondiale a pezzi”, “Con i migranti, quello che si fa è criminale”, “la teoria del gender è un grande nemico del matrimonio”: tutte espressioni che trovate nei titoli dei giornali o rilanciate sui social.
Forse non è un caso che il primo gesto di questo Giubileo il Papa lo abbia riservato, a gennaio, proprio al mondo della comunicazione e ai giornalisti arrivati a Roma da ogni parte del mondo.
Anche in questa occasione però Francesco ha rotto gli schemi quando ha deciso un fuori programma. Ha preferito non pronunciare il discorso ufficiale e si è rivolto a tutti i presenti con un breve aneddoto raccontando un colloquio con un giornalista a cui Papa Francesco aveva formulato, a sua volta, questa domanda. “Ma tu sei vero?”. E quando il cronista aveva risposto: “Santo Padre, io dico sempre la verità”, Francesco aveva ribattuto: “Non solo ciò che si narra deve essere vero, ma chi lo fa deve esserlo, interiormente, nella sua vita”.Ancora una volta ha spiazzato i presenti. Mi sono detto: qui si gioca tutto. Io non cambio il mio modo di fare informazione leggendo dieci manuali e seguendo corsi di formazione. Anche. Ma, mi sono domandato: come faccio ad essere vero io, a conoscere la verità della mia vita per poi provare a raccontare la verità dei fatti che incontro?
E Francesco sempre in quella occasione, non ha esitato ad entrare nel merito dei meccanismi della comunicazione di oggi come aveva già fatto in precedenti incontri.
Ha fornito a tutti utili indicazioni quando ci ha detto “siate miti, non dimenticate mai il volto dell’altro. Parlate al cuore delle persone al servizio delle quali state svolgendo la vostra missione. Perché il giornalismo è una missione. La vostra comunicazione aiuti a sanare le ferire dell’umanità. Comunicare è uscire un po’ da se stessi per donare agli altri. Saper comunicare è una grande saggezza”. Avendo ben presente il tempo che stiamo vivendo, tra guerre e trasformazioni sociali profonde non ha esitato a sottolineare il “potere trasformativo” della narrazione, del racconto e dell’ascolto delle storie. Non tutte “sono buone” – ha aggiunto – ma “anche queste vanno raccontate”: “Il male va visto per essere redento; ma occorre raccontarlo bene per non logorare i fili fragili della convivenza”. Per questo ha concluso con un invito ai professionisti dell’informazione di raccontare, in questo Giubileo, “storie di speranza” che “nutrono la vita”. E rendere lo storytelling anche un hopetelling: “Quando raccontate il male, lasciate spazio alla possibilità di ricucire ciò che è strappato, al dinamismo di bene che può riparare ciò che è rotto”.
Riparare le ferite, costruire ponti e non mura, in ogni circostanza, nel campo dell’informazione e della comunicazione come della convivenza civile. La pace riguarda i grandi temi geopolitici ma – sembra dire Francesco- nasce nel cuore delle persone. E’quello che, in fondo, è avvenuto tra lui e Scalfari.
Ripensando al loro rapporto, ho riletto in questi giorni il racconto di come si concluse un’intervista a Santa Marta nell’estate del 2017.
“Accade – raccontò Scalfari – una cosa che secondo me non è mai accaduta: il Papa mi sostiene e mi aiuta a entrare in macchina tenendo lo sportello aperto. Quando sono dentro mi domanda se mi sono messo comodo. Rispondo di sì, lui chiude la portiera e fa un passo indietro aspettando che la macchina parta, salutandomi fino all’ultimo agitando il braccio e la mano mentre io – lo confesso – ho il viso bagnato di lacrime di commozione. Un Papa come questo non l’abbiamo mai avuto.”
Mi sono domandato: che cosa ha commosso fino alle lacrime il grande giornalista laico? Che cosa gli ha testimoniato Francesco?
“Ognuno di noi – disse Francesco alla Stampa Estera in Italia nel 2019 – sa quanto sia difficile e quanta umiltà richieda la ricerca della verità. E quanto sia più facile non farsi troppe domande, accontentarsi delle prime risposte, semplificare, rimanere alla superficie. L’umiltà del non sapere tutto prima è ciò che muove la ricerca. La presunzione di sapere già tutto è ciò che la blocca.”Queste parole di Francesco mi sembrano un buon punto di partenza da non dimenticare per chi, come me, ha trascorso la vita nel raccontare pezzi di realtà.
Grazie Francesco.
