Donald Trump ha concluso il suo tour in Medio Oriente. E forse non è un caso se la scelta lessicale per descrivere questa serie di impegni sia ricaduta su un termine che richiama più i live di qualche rock band piuttosto che sulla semantica tipica dei viaggi diplomatici. Il Presidente USA ha fatto quello che sa fare meglio: chiudere accordi. Ha portato a casa un Boeing 747 da quasi 400 milioni di dollari donato dalla famiglia reale del Qatar, oltre ad aver stipulato accordi con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per miliardi di dollari nei settori degli armamenti e dell’Intelligenza Artificiale.
Nascerà vicino ad Abu Dhabi il più grande centro dati sull’intelligenza artificiale al di fuori degli Stati Uniti. Secondo Semafor, una delle più potenti armi di contrattazione geopolitica degli Stati Uniti è l’accesso ai suoi microchip avanzati e Trump vuole usarla per avere più influenza nella regione.
Insomma: scintillii, fiumi di dollari e la solita capacità di sparigliare le carte. Niente a che vedere con comunicati stampa polverosi e vecchi riti della diplomazia. L’ISPI nota come nella “dottrina Trump” per il Medio Oriente manchi però il pezzo più caldo e delicato: Gaza.
Se la capacità di improvvisare può portare qualche vantaggio immediato, le partite vere si giocano sul lungo periodo. E qui visione, capacità di dialogo e qualcuno che riesca a fare sintesi tra posizioni opposte.
VIVA LA COMPLESSITÀ

Nelle ultime 36 ore sono morte più di 250 persone nella Striscia. Israele ha aumentato nuovamente l’intensità delle sue azioni contro Hamas. Migliaia di israeliani hanno protestato contro quella che ritengono essere un’iniziativa del primo ministro Netanyahu per restare in sella ed evitare il carcere.
L’amministrazione americana sembra aver intuito che Tel Aviv non può fare quello che vuole senza subirne le conseguenze e sta lanciando messaggi al suo alleato: Leggasi in quest’ottica l’incontro con il presidente siriano Ahmad al-Sharaa, ma anche la scelta di non passare da Israele durante il viaggio in Medioriente.
A Trump basterà proporre una stretta di mano tra i leader di Hamas e i vertici del governo israeliano come fatto nei giorni scorsi con Putin e Zelensky per poter dire di aver risolto anche questa crisi? È difficile che la politica delle “strette di mano” porti risultati concreti oltre ai titoli di giornale. Alla fine ai tanto sbandierati negoziati in Turchia infatti non hanno partecipato ne un leader ne l’altro, due delegazioni si sono parlate e hanno raggiunto una intesa su uno scambio di 1000 prigionieri ma sul resto non si è trovata nessuna intesa. Nemmeno sul cessate il fuoco. Il Post ricostruisce tutti i negoziati falliti sulla guerra in Ucraina.
In questo contesto suonano preziose le parole di Papa Leone XIV al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. La vera pace, intesa come dono attivo e coinvolgente, si costruisce con verità e giustizia. Quest’ultima parola richiama Leone XIII e la Rerum Novarum, la prima grande enciclica sociale con cui la Chiesa ha riguadagnato una capacità incisiva di dialogo con la contemporaneità, che all’epoca significava industrializzazione, lotta di classe e secolarizzazione. Il Sussidiario ripercorre il contesto e i frutti generati da questa svolta.
VE LO RICORDATE DRAGHI?
Le Rerum Novarum di oggi sono l’Intelligenza Artificiale, la robotica, la ricerca per la produzione di energia pulita. Sfide su cui l’Europa sta perdendo il confronto con il resto del mondo. Nel suo solito, lucidissimo, stile Mario Draghi è tornato a parlare dell’Europa durante un evento all’Università di Coimbra e della necessità di proseguire nel processo di integrazione per ritagliarsi autonomia da USA e Cina, tornando a produrre ricchezza “da soli”. Parole di buon senso e un disegno razionale che ricorda tanto ciò che l’ex premier italiano aveva riportato nel suo tanto famoso quanto inascoltato Rapporto sulla Competitività dell’Unione Europea. Chissà in quale cassetto di Bruexelles è rimasto chiuso.
Parole sicuramente condivise da Arancha Gonzalez Laya, ex ministra degli Esteri spagnola, che su Foreign Affairs ripercorre gli eventi degli ultimi mesi per scoprire come l’Europa possa sopravvivere al nuovo antagonismo USA e diventare più forte. Il Think Thank Bruegel fornisce qualche spunto per l’attrazione di ricercatori, approfittando della crociata che la nuova amministrazione americana sembra intenzionata a condurre contro le grandi università statunitensi: tre quarti degli intervistati negli Stati Uniti da un sondaggio di Nature stanno prendendo in considerazione l’idea di lasciare il Paese a causa dei disagi causati dall’amministrazione. Lo spazio di manovra c’è, bisogna vedere se ci sarà la volontà di muoversi.
