Come in una partita a poker, il presidente Donald Trump ha scelto di passare la mano. Ancora quattordici giorni per vedere come si mette lo scambio di missili tra Iran e Israele e fiutare dove tira meglio il vento: intervenire a fianco dello storico alleato e andare fino in fondo provando a causare un cambio di regime a Teheran oppure sfruttare il lavoro sporco israeliano per costringere gli Ayatollah a rinunciare al programma nucleare in cambio della propria sopravvivenza?
Nessuno ha la certezza che Trump non prenda una decisione prima ma intanto il volto dell’intera regione cambia a ogni secondo che passa sull’orologio della Storia. E di sicuro c’è solo che missili e aerei portano distruzione e sofferenze.
Come nota il professor Vittorio Emanuele Parsi nella trasmissione RAI Agorà, l’atteggiamento del Presidente degli Stati Uniti è una ulteriore prova del nuovo equilibrio di potere con cui l’Occidente liberale deve imparare a fare i conti: l’amministrazione Trump non riconosce più il ruolo che gli USA hanno avuto per decenni, cioè quello di leader riconosciuti e garanti di un ordine mondiale. Politico descrive bene gli sforzi degli europei per provare a evitare l’ingresso in guerra degli USA, scenario che potrebbe aprire le porte a un conflitto che andrebbe ben oltre l’Iran.
LA STORIA NON INSEGNA

Fonte Axios
L’attesa tiene con il fiato sospeso anche il primo ministro israeliano Beniamin Netanyahu, che invece ha scelto di sfruttare la straordinaria finestra di debolezza strategica dell’Iran sperando proprio di costringere gli USA a un ruolo attivo nel conflitto. Ora che Israele ha la supremazia dei cieli, Tel Aviv ritiene che con le GBU-57, le chiacchieratissime bombe bunker buster americane da oltre 30mila libbre, sia possibile mettere la parola fine al programma nucleare iraniano. Queste bombe infatti consentirebbero di danneggiare seriamente gli impianti di arricchimento dell’uranio, tra cui l’impianto situato a Fordow. Le migliaia di centrifughe di questo stabilimento si ritiene siano a oltre 80 metri di profondità sotto terra e sono quindi attualmente impenetrabili dall’arsenale convenzionale a disposizione delle forze armate israeliane.
Numerosi analisti ritengono che in realtà il vero obbiettivo sia un cambio di regime. Reuters sottolinea che i gruppi di opposizione intuiscono l’unicità del momento ma divisioni interne e terrore delle bombe israeliane rallentano molto il sollevamento popolare. Senza una leadership organizzata e credibile anche le regioni del Kurdistan e del Belucistan, tra le più ostili al regime, faticano a trovare la forza per dare la spallata definitiva a un regime mai così debole. Chissà se le esperienze accumulate in Iraq, Afghanistan e in molti altri tentativi di colpo di stato falliti hanno insegnato qualcosa ai registi dell’attacco all’Iran.
Il Sussidiario nota però come sia urgente una idea realistica di pace: un concetto che affonda le sue radici nella pax latina e che la lunga tradizione culturale cristiana ha trasformato in diritto. Questo non significa far sparire la guerra, ma contenerla nei limiti “giusti” del duello tra simili (bellum), una dimensione che però non si concilia con il carattere “esistenziale” attribuito a molti dei conflitti che agitano il mondo oggi. L’unico a porre la questione al mondo in modo credibile, per ora, è Papa Leone XIV.
UN MARE DI GRATTACAPI
Al di là del coinvolgimento diretto o meno degli USA nel conflitto sono diverse le domande che questa guerra costringerà a porsi alla Casa Bianca. Che fine faranno gli accordi di Abramo, nati per stabilizzare il Medioriente anche in chiave anti-iraniana? Se Teheran uscirà indebolita dal conflitto, nota l’analista Alissa Pavia nel podcast Macro de Il Sole 24 Ore, è improbabile che paesi come l’Arabia Saudita accettino di normalizzare le loro relazioni con Israele, paese ancora non riconosciuto formalmente dalla monarchia saudita.
E poi come fare a spiegare al movimento MAGA, la base elettorale di Trump, che lo slogan “America First” vale fino a un certo punto e che i soldati americani rischiano di ritrovarsi a combattere in un paese lontano che appena 2 statunitensi su 10 riescono a collocare correttamente su una mappa geografica?
LA NATO DEVE CAMBIARE?
In vista del vertice dell’Aja del 24-25 giugno in cui il Segretario Mark Rutte proporrà l’aumento delle spese per i paesi membri dal 2 al 5% del proprio PIL per provare a tenere buoni gli USA, su Foreign Affairs una interessante riflessione sulla necessità di cambiare l’architrave di comando dell’Alleanza Atlantica alla luce di una semplice constatazione: l’Europa non è più quella del 1949, inerme e indifesa davanti alla minaccia di una invasione russa. E gli Stati Uniti guardano sempre più verso il Pacifico. È tempo che un generale europeo prenda il comando.
Sempre su Foreign Affairs il professore Lawrence Freedman mette in fila i motivi per cui la Russia di Putin si ostina a combattere a tutti i costi e spiega bene perché solo rendere evidente l’impossibilità della vittoria costringerà il Cremlino a trattare.
Le foto di rito e gli abbracci tra Putin e Xi non sembrano aver seguito nella realtà: Formiche.net riporta di una inchiesta condotta dal New York Times su una serie di attacchi hacker riconducibili alla Cina a danno di infrastrutture militari russe. La Cina ha risorse e potenza ma le sue forze armate non hanno esperienza sul campo e cerca in tutti i modi di carpire informazioni sensibili sulle tattiche di ultima generazione provenienti dal fronte ucraino. Un documento dell’FSB visionato dal Times parla esplicitamente della Repubblica Popolare Cinese come di un nemico. Non proprio l’immagine migliore per una alleanza che nemmeno due settimane fa era stata presentata come una specie di nuovo Patto d’Acciaio.
